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Speranze e Glorie
Le tre Capitali
Torino—Firenze—Roma
1911
Terzo Migliaio.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Tip. Fratelli Treves.
(1.ª edizione Treves—1911).
Edmondo De Amicis fu eccellente oratore. Quale concetto avesse dellapubblica eloquenza, come sentisse quella «enorme fatica di tutte lepotenze vitali», spiegò egli medesimo nelle Confessioni d'unconferenziere, che servono d'introduzione al libro intitolato Capod'anno, pagine parlate. Quale fascino di persuasione e d'entusiasmoegli esercitasse sugli uditori, attestano tutti quelli che ebberooccasione di ascoltarlo. Dal ricco e vario vibrar della voce, dalgesto semplice, dal balenare dell'anima nella chiara onesta faccia, datutta l'espressione della sua figura emanava la medesima virtù disimpatia, per cui ebbero e serbano tanta nobile popolarità i suoilibri. La tempra del suo ingegno e il suo gran cuore erano fattiapposta per assicurargli quella immediata corrispondenza spiritualecon la moltitudine degli uditori, senza la quale ogni più dottaeloquenza è invano.
E fu oratore di attitudini così diverse che parrebbero opposte: seppecon mirabile giustezza di modi parlare via via alle persone colte ealla plebe, alle donne, agli studienti, ai fanciulli; fu conferenziereelegante e arringatore ardente di patria e di partito; sopra tuttoriuscì spontaneamente maestro dell'eloquenza men tentata dai letteratie più difficile, quella che si rivolge alle menti inesperte, al popoloprivo di cultura e agitato dalle passioni politiche, ai ragazzi checominciano appena nelle scuole a sentire la forza della parola cheillumina e commuove. Chi gli fu più vicino ricorda poi com'egli avessefelice la vena del breve detto d'occasione e del brindisi, sì nellepubbliche cerimonie, sì nei conviti amichevoli, che gli piacevanotanto al suo tempo migliore, e nei quali studiò da par suo lesignificazioni e le bizzarrie dell'Eloquenza convivale.
Un senso nativo della misura e dell'opportunità governava sempre lasua parola; e il culto interiore della parola stessa, il vigileintuito dell'artista faceva sì che, qualunque cosa, in qualunquecircostanza dicesse, non gli venisse, mai meno quel decoro letterario,che non lascia perdere dignità ad alcuna delle sue scritture, anchealle più umili e famigliari. D'ordinario non improvvisava; dicevaprosa scritta, ma scritta per essere parlata, e però colorita e mossasecondo l'intento oratorio che si proponeva. E del resto parlata, persuo istinto e per suo istituto, era tutta la prosa del De Amicis;parlata fu virtualmente tutta quanta la sua opera letteraria, la qualetanto può sui lettori perchè a tutti fa l'effetto di una conversazioneimmediata dello scrittore con loro.
Egli non diede alle stampe tutte le sue conferenze, non tutti i suoidiscorsi lasciò raccogliere. Pubblicò prima nel 1880, insieme conquelle di dieci altri amici, la conferenza sul Vino, ora entrata nellenuove edizioni delle Pagine allegre;